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IN VIAGGIO IN BASILICATA
Piazza Caduti della Patria
75010 - San Mauro Forte (MT)

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La Nuova del Sud Articolo del 20/11/2015
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Le Cronache Lucane Articolo del 17/02/2016
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Da Matera:
Strada Statale 7 Via Appia, Strada Statale 7R/SS7r e SS407 in direzione di Strada Statale 277/SS277 fino a Garaguso;
Uscita verso Scalo Garaguso - Scalo Grassano Scalo;
Percorrere SP4 in direzione San Mauro Forte.

Da Potenza:
E847 in direzione SS407;
Percorrere SS407 fino allo svincolo uscista Grassano - Garaguso - Grottole direzione SP4;
Percorrere SP4 in direzione San Mauro Forte.

Da Taranto:
Percorrere SS106 fino a Metaponto;
Da SS106 uscita sulla SS407 svincolo Salerno Potenza Bernalda;
Percorrere SS407 fino all'uscita Scalo Garaguso - Scalo Grassano Scalo;
Percorrere SP4 in direzione San Mauro Forte.

Racconto Di Un Viaggio

Tratto da “Viaggiatori in Basilicata (1777-1880)” di Giuseppe Settembrino Michele Strazza  edito dal Consiglio Regionale della Basilicata

A partire dal 1840 il poeta, romanziere e giornalista di Capua, nonché avvocato, Cesare Malpica (1804-1852), intraprese una serie di viaggi che lo portarono in Puglia, nel Molise, a Roma, negli Abruzzi, in Toscana, in Umbria e nella Calabria prima di giungere in Basilicata.

I suoi viaggi, ufficialmente motivati dalla volontà di descrivere e conoscere meglio le Province del Regno delle Due Sicilie, avevano, come cercheremo di dimostrare, ben altra natura. Lo si evince dalla storia politica dei diversi personaggi che ebbe modo di incontrare o dei quali fu ospite nei suoi instancabili viaggi intrapresi, con ogni probabilità, con lo scopo di tessere le fila e di tenere informati quanti operavano nelle diverse Province, in attesa degli eventi riformatori che i diversi cospiratori e sostenitori di una politica costituzionalista auspicavano.

Nel 1846, nei mesi di marzo e di aprile, aveva visitato la Toscana e l’Umbria, incontrando a Pisa, tra gli altri, l’allievo potentino Vincenzo Guglielmucci, allora studente di fisica in quella università. Il Guglielmucci aveva seguito a Napoli i corsi di letteratura e di diritto del Malpica, prima di trasferirsi in Toscana, a Firenze, dove svolse apprezzata attività giornalistica e letteraria. Da quest’ultima città era stato poi allontanato in quanto sospetto propagatore di stampati politici e in contatto con sospettati, tra cui il barone Michele Chiarondo di Friddani, vecchio carbonaro siciliano.

È all’interno di questa trama di rapporti politico-culturali che, secondo noi, occorre inquadrare i viaggi letterari del Malpica, un autore sempre attento a cogliere i fermenti culturali e civili in essere nelle Province, il profilo e le attività di strutture e di personaggi aderenti al movimento liberale che si muovevano per la costruzione del nuovo nella giobertiana visione dell’unificazione dei due poteri, spirituale e temporale. Rientrato a Napoli, ai primi di maggio del 1846 il Malpica si imbarcò a bordo della nave “Presidente”, costeggiando il Golfo di Policastro. All’alba del 4 maggio il piroscafo fece sosta a Maratea, tra la curiosità del popolo.

Al Malpica sicuramente non erano sconosciute le politiche del Borbone che volevano in ciascuna Provincia del Regno scuole d’arti e manifattura e di nautica. Vi aveva aderito con i propri deliberati la stessa Società Economica di Basilicata, con la richiesta di istituire una scuola d’arti e manifattura a Potenza ed una di nautica nel Comune di Maratea. Il poeta di Capua si fece cantore, in quell’occasione, delle nuove prospettive che un eventuale approdo dei piroscafi a Maratea avrebbe aperto per la “economia e la cultura morale della gente del luogo”.

In lui restò forte il desiderio di rivisitare nuovamente quel centro, avendone intravisto soltanto qualche scorcio dallo scoglio di Santo Janni.

L’anno successivo, sul finire del mese di maggio del 1847, il Malpica partì da Napoli alla volta della Basilicata, con l’intento di completare l’itinerario dei suoi viaggi tratteggiati con “impressioni” dal piglio decisamente romantico. Il viaggio di questo romanziere in terra lucana si snoda tutto fra centri e paesi in cui risiedono personaggi o allievi da lui conosciuti nella città partenopea. Erano stati costoro del resto a sollecitarlo a scrivere un nuovo ritratto della Basilicata, dopo quelli tracciati dall’Antonini e dal Gatta.

Giunto a Potenza, dopo una breve sosta nella vicina Vietri, venne ospitato dal maggiore esponente del liberalismo lucano dell’epoca, Michele d’Errico, ispettore dei Rami Riuniti e verificatore dei Demani, al quale era deceduta da poco la figlia Virginia, nota al Malpica per la sua produzione poetica.

L’avvocato di Capua trascorse a Potenza la prima settimana di giugno, alternando alle passeggiate in via Pretoria, le visite all’Orto agrario ubicato a Santa Maria (in compagnia di Gaetano Manfredi), all’istituto delle Gerolomine (allora ospitato nel palazzo Scafarelli), al cenobio dei Riformati di Santa Maria, alla chiesa di San Francesco, a quella di San Michele ed al convento dei Cappuccini.

Nel capoluogo tenne un’accademia di canti estemporanei presso il Palazzo dell’Intendenza e, in compagnia di altri, sui Foy nelle terre di Gennaro Ricotti.

La visita del Malpica in Basilicata apre uno squarcio interessante sulla vita della media ed alta borghesia potentina, colta in un particolare momento di fervore culturale, civile ed edilizio che aveva portato alla definizione di un nuovo impianto costruttivo nella cittadina ed alla istituzione di ulteriori strutture pubbliche e private.

Il Malpica, infatti, annotava che “accanto a case modestamente decenti, tutte biancheggianti”, ne stavano sorgendo altre “con più vago, più regolare e più ampio disegno”, mentre si stava completando “la facciata” del palazzo dell’Intendenza nella piazza “vasta, adorna di alberi”, che andava ad aggiungersi a quella del Duca della Verdura “destinata a’ commestibili” ed a quella “dell’antico sedile”, contornata da “caffè e botteghe ai due lati”.

Il tre di giugno in città si sarebbe svolta la festa del “Corpus Domini” ed il giorno prima le donne, chiamandosi a vicenda e accompagnate dal rullo dei tamburi, si recavano “in piccole schiere, ogni schiera guidata da un uomo” a raccogliere nei colli vicini “fiori di ginestra” da spargere poi lungo le vie del centro al passaggio della processione. Rientrando in città alle prime luci dell’alba, ponevano i panieri per terra e vi danzavano intorno giulivamente, perpetuando antichi riti, forse di origine greca. L’abbigliamento festivo delle donne potentine era costituito da “un corpetto bleu riccamente ricamato in seta, o in oro; una gonna anche bleu, larghissima, e a pieghe, che ordinariamente si rovescia sul capo; lasciando vedere una sottoveste del colore medesimo; capelli intrecciati con nastri dietro la testa; trecce disposte a cerchi concentrici; camicia bianchissima”.

Preziosa è la sua descrizione della festività religiosa e popolare del “Corpus Domini” introdotta da uno “scampanìo a festa, solenne, incessante”, che iniziava un’ora prima dell’alba. Dal balcone di casa Grippo, il Malpica vide snodarsi la processione, annotando nel taccuino i fatti del giorno: “Fanciulli vagamente vestiti da angeletti con piume, con gemme, con nastri, con ali al dosso precedono il SS. Uno squadrone di guardie d’onore a piedi con scialba nuda e splendente divisa fa bella mostra di sé. Notato la ricca livrea della corte del Duca della Verdura. Benedizione data su la Piazza. Allo sparo di mortaletti, un areostatico in forma di musulmano s’alza, s’inchina, si eleva, corre portato dal vento al sud, e dopo pochi istanti si scioglie in frammenti accesi, e si dissolve. Questo turco che s’inchina alla Croce vale un poema. Veduto su la piazza la milizia urbana in marziale aspetto, comechè senza divisa uniforme. A sera ingegnoso e vago fuoco artifiziato su la piazza stessa. Copia di piccoli aerostatici, di cui alcuni gemelli, alzati ad ogni istante, sparsi pe’ campi dell’aria sembran globi di fuoco, che vadano a raggiunger le stelle. Da mane a sera udito un rauco e discorde suono d’una banda musicale venuta dalla provincia d’Avellino: preferisco i tamburi, e i pifferi de’ potentini”.

A questi preziosi frammenti che attestano forme e modi espressivi di una religiosità ben viva e partecipe del popolo potentino, vanno aggiunte le numerose informazioni che il Malpica, con fare giornalistico, fornisce non soltanto nelle pagine dedicate a Potenza. Egli delinea anche, nel resoconto del soggiornopotentino, l’attività del gruppo che faceva capo alla Società Economica di Basilicata, che pubblicava da sette anni il “Giornale economico-letterario della Basilicata”, uno strumento informativo attorno a cui si sostanziava il tentativo, tutto interno ad un tardivo riformismo borbonico, di risvegliare ed ammodernare i destini sopiti dell’agricoltura e della manifattura in Basilicata. Si sperimentavano la introduzione e la diffusione di nuovi prodotti e attrezzi in agricoltura, soprattutto tra i proprietari terrieri della Provincia nei loro poderi-modello, mentre si tentavano analisi e statistiche delle condizioni generali del commercio, delle manifatture e dell’agricoltura.

In città, annotava il Malpica, vi erano diverse biblioteche private tra cui quella del cenobio dei Francescani, “retta dal lettore e provinciale Padre Luigi da Laurenzana”, già tesoriere nel 1846 della Società Economica di Basilicata, biblioteca “mirabile per la scelta, pel numero delle opere, e per la qualità delle edizioni”. Fungeva da luogo di incontro e di riunione per “magistrati e letterati, a ingannar le ore con piacevoli colloqui”.

Oltre alle tradizionali soglie dei conventi anche quelle dell’Intendenza si aprivano alle riunioni letterarie. Il Malpica tenne, nella sede dell’Intendenza, una affollata e pubblica “accademia di canti estemporanei”, patrocinata dallo stesso Intendente Duca della Verdura e dal segretario generale de Russis.

Onorarono quel “letterario esperimento” il poeta Luigi Grippo, già cancelliere presso la Camera notarile, autore di una raccolta di poesie (1835) e dicanti (1842), il letterato Pasquale Buccico, Gaetano Arcieri di Latronico, autore di poesie (1839), di versi sacri e melanconici (1846) e Pasquale Mazzilli di Calvera.

Un’ulteriore accademia di versi si tenne sui Foy, nelle terre di Gennaro Ricotti, con i poeti Lombardi, Buccico e Grippo, in compagnia di “numerosa schiera animata da molte signore, capitanate dal signor Gerardo Branca (...) da’ cari ospiti e dal Ricotti”. Dopo un pranzo luculliano “quando i calici dello spumante sciampagne andarono in giro cominciò l’ora dei versi”, dal tema decisamente bucolico e ispirato alla vita dei campi. Fra le strutture descritte dal Malpica nel corso della sua permanenza a Potenza vi è da annoverare l’Orto agrario provinciale, ovvero quello che denominò il “giardino delle piante”.

Situato nella pianura posta a sinistra della strada consolare che conduceva “per Avigliano alle Puglie” l’Orto agrario provinciale, presso cui scorreva “pubblica fonte”, aveva alla propria destra il cenobio dei Riformati o dei Francescani. Il Malpica, nel tessere le lodi del direttore di quell’Orto, il campano Gaetano Manfredi (già presidente della Società Economica di Basilicata, nonché direttore dei Rami Riuniti), per la cura e la dedizione poste nell’incrementare il patrimonio vegetale e floristico, così ne descrive l’ambiente: “Smaltato di fiori, coperto di piante, intersecato da viali, ombreggiato da alberi rigogliosi, sparso di alberi fruttiferi, con un fonte zampillante nel mezzo, con balaustrata di ferro all’intorno, con una casina, che in breve sarà splendidissima al limitare, egli è ad una volta un giardino agrario ricchissimo e una passeggiata deliziosa”.

Quanto ai dettagli botanici, il Malpica rinviava al catalogo delle piante curato da Francesco Rosano e da Felice Crocchi, pubblicato sul “Giornale Economico-Letterario”, organo della Società Economica di Basilicata.

Il Malpica dunque ebbe modo di vedere e descrivere quanto raffigurato quale nuova immagine della città capoluogo, nella ristampa dell’opera di Giuseppe Bifezzi, pubblicata a Napoli nel 1845. Il disegno litografico dell’Orto agrario provinciale corredava, nell’ambito di un’oleografia ufficiale, l’immagine del capoluogo della Provincia di Basilicata, raffigurando emblematicamente la struttura in cui si materializzava il tentativo di migliorare e sperimentare una nuova produzione agricola in terra lucana.

Altra istituzione visitata dal Malpica nella città di Potenza fu l’Istituto delle Gerolomine (attiguo all’Episcopio, prima sede del Real Collegio retto dai Gesuiti). L’istituto, inaugurato nel giorno di Pasqua del 1844, accoglieva già trentotto fanciulle ed aveva “due prefette, una portinaja, una cuciniera, due donne di servizio e tre oblate” dell’Ordine di San Girolamo emiliano.

Disponeva di 11 telai e di un grande telaio di “21 palmi, pari a metri 5,58 con due macchine al di sopra all’Jacquart di 1.200 balestre”. Al telaio era stato dato il nome di “Ferdinando II”, perché acquistato con i fondi di 300 ducati donati dal re Ferdinando Secondo, che nel novembre 1846 aveva visitato l’istituto nel corso del suo viaggio a Potenza. I telai servivano alle orfanelle per l’apprendimento di un mestiere, per la cui formazione vennero preposti prima l’abile tessitore Nicola Macati di Rivello e poi un altro tessitore della provincia di Salerno.

Così il Malpica giudica l’istituzione assistenziale retta dal Consiglio degli Ospizi ed affidata alla direzione di Gaetano Manfredi: “Dopo tre anni appena di vita i lavori son tali, da sfidare quelli degli antichi stabilimenti. Tricò, baracani, tele ritorte, lingerie da mensa, telette, fazzoletti, fazzolettoni, flanelle eccellenti, mostrano al disegno e al tessuto, come qui il progresso non sia un nome vano”.

Dopo aver soggiornato a Potenza il Malpica proseguì il viaggio in Basilicata, in un giro ellittico per diversi centri. Fu nei comuni di Albano di Lucania, Accettura, San Mauro Forte, Ferrandina, Miglionico, Matera, con una puntata alle cittadine pugliesi di Altamura e Gravina per poi rientrare nuovamente nella regione lucana visitando Palazzo San Gervasio, Venosa, Melfi, Rionero in Vulture, Avigliano, prima di ritornare a Potenza, da dove ripartì alla volta di Salerno, nella notte tra il 4 ed il 5 di luglio del 1847.

L’itinerario del Malpica non rappresenta soltanto un viaggio letterario nutrito dalla rievocazione storica di luoghi e paesi, o da romantiche impressioni. Il suo è un nutrito reportage sui contemporanei, soprattutto su esponenti della media ed alta borghesia della Provincia di Basilicata, su galantuomini, proprietari terrieri, ecclesiastici, avvocati e ceti professionali, di cui continuamente valuta l’iniziativa culturale e politica e l’azione da loro esplicata in strutture pubbliche e private.

Pur muovendosi nell’ambito di una ufficialità di rapporti, dalla trama dei nomi dei personaggi di cui fu ospite, dagli incontri avuti, dalle stesse citazioni di personalità ed intellettuali è possibile ricostruire il contesto culturale e politico entro cui si mosse.

Accompagnato “fino alla Tiera” da Michele d’Errico e dal nipote di costui, Camillo d’Errico, il Malpica salì a dorso di mulo verso Albano di Lucania, da dove a mezza strada gli vennero incontro Vincenzo Molinari e Giuseppe De Grazia con alcune “guardie urbane”.

Ospite di casa Molinari, dove l’accolse il sacerdote Vito, da quel centro ebbe modo di ammirare la valle del Basento “le dentate rupi di Pietrapertosa e Castelmezzamo, i monti (...) co’ loro boschi foltissimi e (...) il gran casolare di Gallipoli che biancheggia fra le piante”. Ad Albano vi erano quaranta sacerdoti ed una scuola privata frequentata da diciotto “giovanetti” retta da Francesco Pallottino con il quale ebbe modo di parlare della scomparsa di Francesco Larotonda, letterato e filosofo stimato dal Galluppi, titolare della cattedra di filosofia nel collegio Maddaloni.

Mosse poi verso Accettura, dove lo attendeva Pasquale Amodio, gran maestro della vendita carbonara “Giovane Italia” che faceva capo a Vincenzo d’Errico. L’Amodio aveva inviato ad Albano per prelevarlo “tre briosi cavalli con armigeri”.

Attraversato il bosco di Gallipoli in cui erano il “palazzo campestre colla sua chiesetta, e con una serie di stanze, e magazzini ad uso dei pastori, e dei prodotti” tenuti in fitto con terre e pascoli dall’Amodio, il Malpica raggiunse Accettura, dove “la piemontese educatrice delle nipoti di Amodio” deliziò “gli astanti” suonando al pianoforte sino a tarda sera “le più care melodie d’Italia”.

Dopo aver tenuto anche in quel centro un’accademia letteraria e incontrato il suo allievo Giuseppe de Risi, il Malpica, con Amodio, raggiunse il 13 giugno San Mauro Forte mentre si stava svolgendo la processione. I due vennero accolti da Francesco Arcieri, anch’egli esponente della vendita carbonara di quel centro. Fatto visita ad Antonio Valentini, proseguirono per Ferrandina, incontrando lungo il percorso la guardia municipale Vincenzo Motta di Salandra, a dimostrazione che i loro spostamenti venivano costantemente seguiti. Ovviamente invitarono la guardia a partecipare ad “altro esperimento” letterario in quel centro della valle del Basento, dove vennero accolti da Gaspare Laudati, responsabile del “dicastero carbonaro del Basento” ed autore di scritti inediti sulla tragedia greca e sui classici. Alla poesia dedicarono “le ore in attesa del pranzo”.

Dopo aver visitato il giudice Caivano e Nicola D’Amati Cantorio, un parente del Laudati, l’Amodio rientrò ad Accettura mentre il Malpica proseguì il viaggio a dorso d’asino per Miglionico, dove fu ospite di Giuseppe Stancarone, prima di proseguire per Matera.

Nella città dei Sassi il Malpica trovò ospitalità nel convento dei Padri Predicatori, occupato dal Sotto-Intendente di quel distretto, Nicolò Jeno de’ Coronei, conosciuto, quando era consigliere d’Intendenza a Cosenza, nel corso del suo viaggio in Calabria.

Con lo Jeno visitò Matera che così descrive: “Immaginate due valli divise fra loro da un rialto di terra, una volta a tramontana l’altra a mezzodì: due valli profonde scavate dalla natura nel tufo de’ colli. Su per le falde, e nell’imo di queste valli, seguendone la forma, e il declivio ponente delle case; su quell’altura o lingua di terra se vi aggrada, fate che s’alzino altre case, templi, palazzi, e altri grandi edifizi, ed avrete una città che siede infra due; una triplice città bizzarra per la sua forma, curiosa per le tante scene che ti offre. La città alta è la Civitas, la città primitiva, la città antichissima: le due valli che ora le son sorelle furon da prima suoi borghi, e con tal nome si chiamarono. Quando si volle ingrandir la Civitas, i borghi furon nomati Sassi, e serbandosi alla madre il suo nome matronale, chiamassi sasso Barisano, quello volto a tramontana, verso Bari, Sasso Caveoso l’altro, che è volto verso Montescaglioso. Il Duomo, i palazzi de’ notabili, la Sott’intendenza, la casa del Comune, il Seminario, la piazza, le più belle chiese decorano la Civitas, guardata a ponente da un forte castello, consistente in una cortina fiancheggiata da tre grosse, intatte, e forti torri. È dominato il Sasso Caveoso da un irto scoglio con a piedi una chiesetta scavata nel masso, in cima un faro, e una Croce. Signoreggiano il Barisano la chiesa e il cenobio degli Agostiniani. E le case de’ Sassi sono costruite in modo che una serva di base all’altra. Frammezzo ad esse serpeggian vie e viottoli, scendenti, discendenti, di su, di giù, a manca, a ritta. Di talché quella casa che guardata alle spalle ha un piano solo, ne ha cinque veduta di prospetto. Vedi le botteghe su, i portoni giù; e questi superiori a’ balconi e a’ terrazzi; i quali a loro volta sono ora inferiori alle vie, ora a livello di queste. Aspetto più singolare di questo lo cercheresti invano fra le città d’Italia”.

Dopo aver tracciato a grandi linee la storia della città, ricavandola dalle pagine del sacerdote Francesco Paolo della Volpe, il Malpica visitò il seminario di Matera, dove in quei tempi esplicava la propria attività l’abate Antonio Vitale “poeta lirico e tragico” di sentimenti liberali. Interessanti sono le annotazioni sugli studi che si svolgevano nel seminario materano, sui testi in uso e sulle stesse letture del vescovo Antonio di Macco di Gaeta, estremamente attento alle problematiche socio-politiche del suo tempo.

Nel refettorio del seminario materano si svolse, in onore del Malpica, un’accademia letteraria in tre lingue (italiano, greco ed ebraico), prima della sua partenza per Altamura e Gravina, da dove una carrozza inviata da Agostino d’Errico, carbonaro della Giovane Italia, lo ricondusse in terra lucana, a Palazzo San Gervasio.

“Una piccola e cara città”, la definì il Malpica “per le case, per le strade, pe’comodi di vita”. Fornì anche una descrizione della villa del d’Errico, socio della Società Economica di Basilicata e appassionato d’apicoltura: era “aperta al pubblico (...con) viali di alberi, parterri di fiori, ajuole di mirti, giochi d’acqua, boschetti inglesi, sedili, licheni, padiglioni, grotte artefatte”.

In sintonia d’animo con i versi oraziani di “Fons Bandusiae” si dilungò sui piaceri della vita di campagna e sulla bellezza delle donne di quel centro, improvvisando versi all’emblematico nome di Angela Maria.

Spostatosi a Spinazzola e poi a Venosa, dove venne ospitato dal sindaco Nicola S., tenne un’accademia di versi su Orazio e sull’antica cittadina romana, a cui parteciparono “volenterosi e in folla molte persone”, visitando le antichità romane ed il tempio della Trinità.

Poi fu a Melfi, ospite di Vincenzo Araneo, anche lui letterato e poeta che, ritiratosi dalla carriera amministrativa (era stato Sotto Intendente a Castrovillari), teneva studio di avvocato nella cittadina normanna.

Reso omaggio al vescovo Luigi Bovio ed al Sotto Intendente Pezzi, anche in questo capoluogo di distretto tenne un’accademia poetica, patrocinata dal sindaco della città Gabriele De Filippis, avvocato e liberale, e da Gennaro Araneo, rettore del seminario di Melfi e provicario generale di quella diocesi, di sentimenti liberali. Visitò il castello, ospite dell’amministratore dei Doria, Manassei, al cui figlio fece da padrino per la cresima celebrata il 26 giugno del 1847.

Da Melfi, con la carrozza messa a disposizione dagli Araneo, attraversando Rapolla e Barile, luoghi natii del suo amico di gioventù Girolamo Fuccillo, del giurista Domenico Moro e dei Guglielmucci, raggiunse Rionero in Vulture, dove fu ospite di Pasquale Catena che, affiliato alla carboneria, aveva già subito persecuzioni da parte della polizia borbonica.

La vista del Vulture e dei laghi di Monticchio e la storia antica di Atella gli ispirarono una serie di versi, così il monte Carmine, alla cui Vergine Santa dedicò una poesia.

Recandosi ad Avigliano, nelle vicinanze di Castel Lagopesole e di Bella, ricordò Diodato Sansone, socio corrispondente dell’Accademia Pontaniana e affiliato alla carboneria, che aveva seguito a Napoli i corsi di giurisprudenza da lui svolti.

Ad Avigliano trovò ristoro ed ospitalità nella casa del giudice del circondario, Paolo Magaldi, il quale ebbe anch’egli contatti con i liberali della Provincia di Potenza che facevano capo a Vincenzo d’Errico. Giunse in quel centro in un giorno di festa. Gli abitanti erano tutti per le vie e sulla piazza, “uomini e donne, queste colla loro lunga e larga gonna a pieghe di color bleu, che cade abbandonata a se stessa lungo la persona; col loro grembiale del medesimo colore, orlato di rosso; col davanti del corpetto in oro, da cui pendono vari ornamenti d’argento; coi loro grandi cerchi di oro agli orecchi”.

Rientrato a Potenza, rivide quanti aveva dovuto temporaneamente lasciare, i d’Errico con il loro nipote Camillo, e conobbe un altro componente della famiglia, l’architetto Giuseppe d’Errico, pure lui esponente liberale. Soggiornò nella città capoluogo della Provincia di Basilicata ancora per qualche giorno, tenendovi “una seconda accademia non meno frequente della prima”.

Nel saluto agli amici conosciuti in terra lucana il Malpica significativamente esclamava: “Addio amici. Sarem lontano, ma non divisi”. Era un saluto carico di propositi, di idee e di reciproci impegni, che sarebbero venuti apertamente allo scoperto nell’iniziativa e nell’azione dei moti liberali del 1848.


Bibliografia

Cesare Malpica, La Toscana, L’Umbria, La Magna Grecia. Impressioni, tip. A. Festa, Napoli 1846.

Cesare Malpica, La Basilicata. Impressioni, tip. A. Festa, Napoli 1847, ristampato parzialmente, ed. Osanna, Venosa 1993.


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